La letteratura per l'infanzia è costellata di porte verso un altrove immaginario.
Sarà che chi legge ha bisogno di figurarsi visivamente un confine, un passaggio, sarà che il lettore bambino in fondo spera di trovare questo varco, un giorno, davanti a sé, e sentirsi il privilegiato protagonista di una rivelazione destinata a pochi.

La signora Lana e il profumo di cioccolato

Anche in La signora Lana e il profumo della cioccolata, il nuovo romanzo di Jutta Richter edito da Beisler, questo varco è presente: una presenza che attrae e respinge al tempo stesso, più che mai avvolta dal mistero.

La signora Lana e il profumo di cioccolato

E il mistero è la cifra che avvolge tutto il libro, a cominciare dal negozio nero di Nuvolana Wolkenstein, davanti al quale bisogna passare ogni mattina per andare a scuola, e che si dice faccia sparire i bambini.

Quella che sembra solo una leggenda di paese entra inaspettatamente e improvvisamente nella vita dei due protagonisti, i fratelli Merle e Moritz, quando la mamma assume come “dama di compagnia”, per le notti in cui il turno di notte la tiene lontana da casa, proprio la signora Wolkenstein.

La signora Lana e il profumo di cioccolato

I bambini guardano inquieti la donna, notando soprattutto i suoi occhi, che cambiano colore a ogni sua apparizione. Ma mentre il suo comportamento della signora Wolkenstein non sembra rivelarsi pericoloso, la sua presenza in casa coincide con la comparsa in camera di Merle e Moritz di una porta misteriosa: il varco che li porta a Fanciullopoli.

Ovviamente i bambini lo passano (quale bambino non lo farebbe?), ed entrano così in un mondo per certi versi onirico, abitato dai temibili gnomi Zannaguzza, scorbutici esseri che parlano in rima (rime un po' infantili e non sempre riuscite nella metrica, a onor del vero: sarebbe curioso confrontare la traduzione italiana, di Bice Rinaldi, con il testo originale) e vogliono catturare i bambini offrendo loro della cioccolata.


La signora Lana e il profumo di cioccolato

Ma Fanciullopoli è anche il regno raccontato nelle sue storie dal padre di Merle e Moritz, un padre molto amato e ora lontano, che i bambini ascoltano attraverso il "ricevitore universale". Nelle sue storie, il padre aveva lasciato loro delle regole da seguire, e sono queste il primo punto di riferimento dei bambini in questa attività esplorativa, ricca di brividi e di incognite.

Le illustrazioni di Günter Mattei impreziosiscono il racconto con tratti che ricordano la stampa litografica e che sottolineano, marcandone le rughe, la freddezza della signora Wolkenstein, le espressioni quasi iconiche dei malvagi gnomi, ma anche l'astrattezza del contatto dei bimbi con il padre, con la sua voce che arriva da molto lontano.

La signora Lana e il profumo di cioccolato

La signora Lana e il profumo della cioccolata è un Hänsel e Gretel moderno e condito di enigmi: attorno al mondo misterioso di Fanciullopoli, dove la cioccolata attira i bambini come la nota casetta di marzapane, la penna raffinata di Jutta Richter semina indizi e interrogativi a cui ancora non riusciamo a dare risposta.
Perché la signora Wolkenstein e alcuni personaggi di Fanciullopoli accennano a cose che solo il padre dei due bambini conosce? E dove si trova il padre, e perché non vive più con loro? Cosa nasconde il negozio nero? E gli gnomi? Perché gli occhi della Wolkenstein mutano di colore?

La sensazione è quella del dipanarsi di fili narrativi pronti ad essere riuniti in una soluzione arguta.
Ma La signora Lana e il profumo della cioccolata è soltanto il primo volume di una trilogia, e per le risposte, dunque, non ci resta che attendere il seguito.



2 commenti:

  1. Gentile Elisabetta, la ringrazio per questa recensione acuta, sensibile e molto ben scritta. Quanto alle rime: 1. la metrica è a tratti imperfetta anche nell'originale; 2. sfido chiunque a mantenere alla perfezione rime e metrica nel passaggio da una lingua all'altra, dovendo rispettare anche il significato: ho dovuto inventarmi l'impossibile, camminare sul filo come una funambola, fermo restando che la traduzione è sempre un compromesso, uno sforzo di conciliazione nel quale qualcosa si guadagna e qualcosa si perde. Sempre. L'importante è sapere cosa guadagnare e cosa perdere, nel rispetto dello stile e del tono dell'originale (dunque dell'intenzione dell'autore) da una parte e delle esigenze della lingua di arrivo dall'altra. Per finire un piccolo grande appunto alla sua recensione: il nome del traduttore va citato al pari di quello dell'autore e dell'illustratore. Non è per vanagloria che insisto su questo (tutt'altro!) ma perché credo che il mestiere del tradurre meriti rispetto. Un caro saluto, Bice Rinaldi (traduttrice del libro)

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    1. Buongiorno Bice, mi scuso del ritardo nella risposta, ma non avevo ricevuto a notifica del commento.
      È giustissima l'osservazione sulla mancanza di menzione del traduttore. È un errore che commetto spesso e non è giustificabile: ho provveduto a correggere e cercherò di impegnarmi a non dimenticarlo più. Sono ben conscia del fatto che il vostro è un lavoro autoriale oltre che di mera interpretazione, e mi rendo conto delle difficoltà aggiuntive date da un testo in rima e in metrica.
      Proprio per questo avevo sottolineato che sarei stata curiosa di vedere l'originale, proprio per capire la semplicità delle rime e la metrica non sempre rispettata fossero una scelta stilistica dell'autore o dovute a una difficoltà nella trasposizione.
      In ogni caso, al di fuori di questo elemento che fatico a giudicare non avendo a disposizione il testo originale (e non conoscendo, peraltro, il tedesco), trovo il testo italiano piacevole, elegante e ricco di atmosfera.
      Grazie per il prezioso suggerimento e per l'ottimo lavoro svolto.

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