L'assenza, l'altrove: i bambini ne scoprono l'esistenza da piccolissimi, con il gioco del cucù: la mamma c'è, anche se non la vedo. Crescendo, scoprono l'esistenza di moltissimi altrove: quelli dove vivono le persone care, quelli visti in tv, l'asilo quando si è a casa, la casa, quando si è all'asilo. Ma cosa accade in quegli altrove che non abbiamo nemmeno mai visto, oltre confini che non abbiamo mai valicato?


In mezzo al libro Il muro in mezzo al libro (ed. Il castoro) c'è un muro (presumo lo aveste già intuito dal titolo).
Jon Agee (lo avevamo conosciuto e adorato in Roar! Come diventare un leone e Il piccolo B) lo ha piazzato lì, proprio in corrispondenza dell'incontro delle due pagine rilegate, così da fondere l'oggetto-libro con il suo contenuto.
Va da sotto a sopra, fino in cima: è impossibile valicarlo.


Al di qua (il "di qua", definito dall'ordine di lettura, è a sinistra) c'è un piccolo cavaliere in armatura medievale, che prende una scala per rimettere al suo posto un mattone che è caduto.

Il muro, dice, è una cosa buona:

Il muro protegge questo lato del libro dall'altro lato.
Questo lato del libro è sicuro. L'altro no.

Dall'altro lato, ci sono animali feroci (che però si spaventano vedendo un topolino), e soprattutto c'è un orco, "la cosa più pericolosa dell'altro lato del libro".



Il muro in mezzo al libro mette il lettore in una posizione privilegiata: il suo sguardo, da una posizione esterna rispetto al "di là" e al "di qua", è quello di un narratore onnisciente, che vede anche ciò che il protagonista, che parla in prima persona, non può vedere.

E le limitazioni percettive del piccolo cavaliere non riguardano solo il muro e il suo "altrove": mentre è concentrato a rimettere al suo posto il mattone, non si accorge nemmeno di ciò che accade sotto di lui, dove l'acqua sale e si riempie di creature pericolose.


Sarà proprio l'orco, superando i confini della pagine e del libro in un "sopra" ipotetico che non vediamo, a salvare il piccolo cavaliere portandolo "al di là".



È interessante il lavoro che Jon Agee fa con il concetto di limite, calandolo sia nella materialità del libro (che gioca con il contrapporsi delle due facciate, ma anche con i margini superiori della pagina), sia nella distanza percettiva tra personaggi e lettore.
Chi legge vede al di qua e vede al di là del muro, allo stesso momento, e proprio per questo riesce a capire l'insensatezza di questo confine.

Chicca finale (e iniziale!), i risguardi, diversi tra loro, che contrappongono un mondo diviso dal muro e uno che non lo è.

Da un libro come Il muro in mezzo al libro possono nascere riflessioni senza fine, che si agganciano a storia e attualità: discorsi sui muri, sui confini, sul nostro sguardo limitato su ciò che conosciamo, sulla paura dell'ignoto e del diverso,  da qui sull'immigrazione, e l'accoglienza, e l'essere "altro".

Possono nascere tutte queste riflessioni, ma non devono per forza.
Un'altra possibilità è lasciare che i messaggi decantino da soli dentro chi legge e chi ascolta e godersi la storia, così com'è.


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