Parole, immagini, libri.

Sono una copywriter, e quando dico che invento le pubblicità, mi sento rispondere "Ah, quindi fai la grafica!". Se dico invece che scrivo i testi, subito passo per giornalista.
La realtà è questa: in una pubblicità, il testo nasce dal copywriter e l'immagine dall'art director, ma quello che tiene in piedi un'idea creativa non è né il testo né l'immagine; è, appunto, l'idea. E l'idea sta nella fusione di testo e immagine, nel modo in cui lavorano tra loro, che poi è il motivo per cui il brainstorming si fa in coppia.

Ed è anche il motivo per cui mi affascinano tanto, tra i libri, gli albi illustrati, o picture book, e il particolare rapporto che creano testo e immagine in ognuno di loro.



Vi siete mai fermati a pensare, dopo aver letto un albo, come abbiano lavorato testo e immagini nella costruzione della storia?
Ho suddiviso le possibilità in sei macrocasistiche.

I libri senza immagini.

Quando si parla di libri senza immagini vengono subito in mente i romanzi, che di immagini non ne hanno, o tutt'al più ne hanno una per capitolo. Ma qui non stavamo parlando di albi illustrati?
Be', mi viene in mente almeno un libro senza immagini, che considererei senza ombra di dubbio un albo illustrato.
Il libro senza figure, appunto, gioca sul fatto di essere un albo illustrato che non è illustrato. È un meta-libro, che parla di se stesso, giocando con il lettore, anzi, con l'ascoltatore, visto che è fatto per essere letto ad alta voce, ma anche per essere guardato.



Perché il meccanismo del libro funzioni, il bambino dovrà seguire con lo sguardo le parole che l'adulto legge. E solo seguendo il lettering (con i font più duri o più morbidi, i caratteri più grandi e più piccoli), chi legge potrà dare alle parole l'intenzione giusta. Sono le parole la vera immagine di questo libro (se vi ho incuriosito, scopritelo meglio nella mia recensione).


I libri senza parole.

Di contro, esistono i silent book, chiamati anche speechless book o wordless book. Insomma, lo avete capito: sono i libri senza parole. Qui sono le immagini a prendersi carico di tutta la narrazione, facendo vedere tutto quello che succede o alludendovi.
Quanto devono raccontare le immagini? Dipende. Un silent book può essere molto chiaro e dettagliato e lasciare che, tra azioni ed espressioni dei protagonisti, la storia si racconti praticamente da sola: è il caso ad esempio di Il ladro di polli, di Béatrice Rodriguez (Terre di mezzo editore).



In altri casi la storia può essere lasciata intuire, e le immagini assumono il ruolo di indizi che trasformano il piccolo lettore in detective. Un esempio? Indovina che cosa succede. Una passeggiata invisibile, in cui la storia è raccontata attraverso le impronte lasciate dai suoi protagonisti (qui la mia recensione).



Ci sono poi silent book come Il libro bianco, ed. minibombo, in cui le immagini lasciano ampio spazio all'interpretazione e chi legge può inventare ogni volta la sua storia (ne avevo parlato qui).


Piccola importante caratteristica dei silent book: possono essere "letti" in autonomia anche da un bambino che ancora non sa leggere.



Il testo descrive le immagini, le immagini descrivono il testo.

È quello che ci si aspetterebbe da un albo illustrato: ci sono delle immagini e un testo che le descrive, o più spesso un testo e delle immagini che ne illustrano alcuni passaggi.
In realtà questa è soltanto la relazione più semplice che ci possa essere tra testo e immagini.
È un meccanismo adatto soprattutto ai libri per i bimbi più piccoli, che hanno bisogno di un rinforzo visivo per seguire la storia o il senso del libro, e che ancora non comprendono i meccanismi di interazione più complessi tra le due componenti.
In L'uccellino fa... di Babalibri, ad esempio (qui la mia recensione), l'immagine serve a dare un volto ad ogni onomatopea, a ricordarla, a creare nel bimbo un primo vocabolario fatto di suoni (sebbene in questo caso non tutti gli accostamenti suono-immagine siano lineari e scontati).



Questo vale naturalmente anche per libri più narrativi: in Abbaia, George, ad esempio (che ho recensito qui), le immagini raccontano la stessa storia del libro, aiutando i bambini a seguirne le vicende, a capire dove il dottore mette le mani e a vivere lo stupore dei protagonisti.



Attenzione: quando parlo di immagini "illustrative", non intendo dire che esse non aggiungano nulla alla storia o che il libro possa vivere ugualmente senza uno dei due elementi.
Pensate a I Cinque Malfatti (se non lo conoscete, scopritelo qui) senza l'espressività e il tocco artistico delle illustrazioni di Beatrice Alemagna: avrebbe forse la stessa forza?




L'immagine che lavora sulla seconda lettura

Sottocategoria di quella precedente (o della prossima?) è quella delle immagini che a una prima lettura si limitano ad illustrare il testo, ma che a una seconda lettura, più attenta, raccontano qualcosa di più, quasi "sfidando" il lettore a trovare indizi e dettagli nascosti.

È il caso ad esempio di Ti mangio! (ne avevo parlato qui), in cui l'arrivo di ogni mostro è anticipato da un dettaglio nella scena precedente, mentre la scena finale invita a una "caccia al mostro" per scoprire dove si sono nascosti.


Ma anche libri con illustrazioni molto più semplici e meno dettagliate possono riservare piccole chicche da scoprire. Avete mai notato gli animali che inseguono il protagonista di Buongiorno postino durante le sue consegne? Vi siete chiesti perché lo facciano?


Testo e immagine si completano a vicenda.

Le ultime due categorie (questa e la prossima) sono sicuramente le più interessanti dal punto di vista del rapporto tra testo e immagine. Parliamo di libri il cui significato è retto alla pari da testo e immagini, in un rapporto in cui uno aggiunge qualcosa all'altro e senza uno dei due il libro perderebbe senso.

Possono essere casi in cui le immagini o il testo sono criptici e hanno bisogno della controparte per essere decodificati. Riuscireste a capire le immagini di Orso, buco! senza il testo?
(recensione qui)



E le parole di Tararì tararera, senza le illustrazioni?
(qui la mia recensione)



Più spesso, si tratta di libri in cui parte della narrazione scritta resta sospesa, lasciando la chiusura alle immagini. In Il signor Tigre si scatena (di cui avevo parlato qui), è solo guardando l'illustrazione che possiamo capire le tappe del protagonista verso una condizione più libera (il testo non dice mai "si toglie la giacca", o "si mette a quattro zampe": sarebbe superfluo).



È un gioco di sintesi e di equilibrio, che lima le ridondanze per lasciare solo l'essenziale, scegliendo di volta in volta se siano più efficaci le parole o le immagini per esprimere un concetto.

In Sam e Dave scavano una buca questo gioco assume il meccanismo della suspense, l'arte in cui il narratore onnisciente racconta (in questo caso attraverso le immagini) qualcosa che i protagonisti non sanno: una delle tecniche narrative più affascinanti (quanto lo amo questo libro! Scopritelo qui).




Testo e immagini contrastano tra loro.


È questo in genere il principio dell'ironia, e per questo non è molto praticato nei libri per bambini, che fino almeno ai cinque anni non la riescono a cogliere.
Maestro di quest'arte è Gilles Bachelet, che in Il mio gatto è proprio matto passa il tempo a descrivere le strane abitudini del micio di casa, mentre le immagini ci fanno inequivocabilmente vedere che si tratta di un elefante.



Oppure, in Il cavaliere Panciaterra, ci racconta di "colazioni frugali" che sono in realtà dei banchetti luculliani (scopritelo qui).



L'effetto, per un bimbo abbastanza maturo da coglierlo, è esilarante.

E che dire di Il mio nome è No!, in cui un cane descrive tutte le cose meravigliose che fa per la sua famiglia, mentre le illustrazioni ci svelano che si tratta in realtà di disastri? Non a caso il protagonista, a forza di sentirselo ripetere, è convinto di chiamarsi "No". Ne avevo parlato raccontando la mia prima lettura in biblioteca.



Ma il contrasto tra testo e immagini può veicolare anche messaggi più profondi, diventando ad esempio rappresentazione di un contrasto nella vita reale, come nel caso di Rosso, in cui il testo fa riferimento all'etichetta del pastello (rosso, appunto), mentre le immagini ci svelano la sua vera natura, quella di un colore blu (ne ho parlato qui).



Ci sono poi casi più semplici, meno spinti sull'ironia e adatti perciò anche ai bimbi più piccoli, in cui il testo dà alle immagini una lettura nuova, inaspettata. È il caso di Buon viaggio piccolino, in cui le parole raccontano dei lunghi preparativi per una partenza che in realtà, lo vediamo dalle immagini, sono solo il rituale di messa a nanna del bambino, perché il viaggio narrato è semplicemente quello verso il mondo dei sogni.



Perché è questo, alla fine, lo scopo di un bel libro: farci viaggiare. Con le immagini e con le parole.


                                 

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