Leggete per piacere.

Provate a rispondere a questa domanda: perché leggete? 

Ora, provate a rispondere a questa: perché leggete ai vostri figli?

Fatemi indovinare, adesso: la risposta era diversa. Quando leggiamo per noi stessi, lo facciamo essenzialmente a scopo ricreativo o tuttalpiù, se ci orientiamo verso la saggistica, per soddisfare qualche nostra specifica curiosità.

Il genitore che legge al bambino, invece, è in genere mosso da intenti diversi: stimolare, educare, insegnare, fornire un modello. Ma tutto questo è giusto? È utile? È necessario?

Nei mesi scorsi, sulle pagine Facebook e Instagram di Nuvole in Scatola, ho voluto lanciare una serie di riflessioni, invitando a #leggereperpiacere. Ve le ripropongo anche sul blog, arricchite dagli spunti nati dai vostri commenti.

Fatti della stessa materia di cui son fatti i sussidari.

Ci avete mai fatto caso?
Anche se consideriamo la letteratura un'arte, non la trattiamo come tutte le altre arti.

Quando facciamo ascoltare a un bambino una canzone, pretendiamo forse che nel testo si declamino le tabelline? Quando li portiamo a una mostra, controlliamo forse che i personaggi raffigurati nei quadri siedano tutti composti e senza gomiti sul tavolo? 

Eppure nessuno metterebbe mai in dubbio che queste siano attività educative e formative.


Perché allora si chiede alla lettura quello che non si chiede all’arte o alla musica?
Il fatto che i libri di narrativa siano fatti della stessa materia dei testi scolastici – pagine, immagini e parole – implica forse che debbano condividerne anche lo scopo?

 

Scegliete libri belli, non libri buoni.

Torniamo per un attimo alla differenza di approccio tra letteratura per bambini e per adulti.

Ci sono genitori che credono fortemente a una determinata visione della vita, della società o della pedagogia, e non accettano libri che se ne discostino.

Ad esempio? Chi aderisce alla "disciplina dolce" ed è contrario a un'educazione basata su premi e punizioni, potrebbe giudicare male un albo in cui un personaggio viene premiato o punito.
Molti animalisti evitano le fiabe in cui il lupo viene dipinto come cattivo.
Più in generale, alcuni genitori lasciano sullo scaffale libri senza una morale chiara ed esplicita.

Ora, però, pensate ai romanzi che più avete amato: andava sempre tutto liscio e secondo i vostri canoni? I buoni erano buoni e i cattivi cattivi?
Non erano forse le sfumature a rendere affascinante la storia?
Non era forse quell’elemento disturbante e ineffabile a tenervi incollati alle pagine?

Non sono l’ostacolo e il conflitto il motore stesso della narrazione?
E affrontare la complessità con gli occhi dei personaggi non vi ha forse dato uno sguardo nuovo sulla complessità della vita?


Ecco: perché dovrebbe essere diverso con la letteratura per l’infanzia?
Polarizzare il mondo non aiuterà loro a orientarsi in una vita che non è mai bianca e nera.
Raccontare una realtà edulcorata non li salverà dalle amarezze che incontreranno.

Appiattire la narrazione, soggiogarla a un’ideologia o a una morale, può avere un solo risultato: togliere ai bambini l'emozione di leggere.

Non sto dicendo, naturalmente, che tutti i libri con una morale, o che insegnano qualcosa, siano libri brutti, ma che andrebbe sovvertito il paradigma che a volte, senza che ce ne accorgiamo, ci guida nella scelta. Il criterio principale, oserei dire l'unico, dovrebbe essere e restare la qualità della scrittura, della narrazione, delle illustrazioni, e non lo scopo educativo.

Un libro non è bello perché è "buono", è bello perché è bello.

 

Leggere insegna a fare un sacco di cose.
Soprattutto quelle che non si possono fare.

A proposito di punti di vista scomodi e scorretti: vi siete mai chiesti perché i protagonisti di romanzi per ragazzi sono spesso orfani?
Certo, sarebbe difficile immaginare Pippi Calzelunghe saltare sul tavolo sotto gli occhi della mamma, o Peter Pan battersi con i pirati con il beneplacito di papà.

In fondo la letteratura serve anche a questo: a sperimentare quello che altrimenti un bambino non potrebbe mai conoscere, ad aprire nuove possibilità, affrontare avventure altrimenti impossibili, non solo perché sovvertono le leggi del reale, ma anche, semplicemente, perché nella realtà ci farebbero paura, o chissà, magari non sarebbero nemmeno legali. 

Nessun bambino desidera essere orfano! Leggendo, però, può sperimentare l'ebbrezza di essere l'eroe di se stesso.

Un bambino che si diverte a leggere marachelle non necessariamente si diverte a farle, anzi: forse trova proprio nel libro una dimensione diversa dalla propria, in cui esplorare sentimenti e sensazioni che non gli appartengono.

Non abbiamo bisogno di fuggire su un’isola per “attaccare la ridda selvaggia”: lo abbiamo già fatto con Max. E il fatto che lui, rientrando nella sua camera, non venga punito, ma anzi trovi "la cena ad aspettarlo, che era ancora calda", non fa di questo albo un testo "cattivo", ma semplicemente lo rende più appagante da leggere. 

Anziché cercare necessariamente in un libro dei modelli educativi, a volte è addirittura più utile dare sfogo a quelli "diseducativi".

Leggere per il piacere di leggere significa andare oltre le buone maniere, la morale e il buon esempio, consapevoli che è proprio la rottura di una perfezione ad essere il motore di una storia.  


Leggere è utile soprattutto quando è inutile


A volte la ricerca ossessiva di una morale o di un insegnamento orienta le scelte di un genitore o di un insegnante verso libri scritti con un preciso scopo: ad esempio capire le proprie emozioni, rispettare chi è diverso da noi, conoscere il mondo.

Spesso, però, diciamocelo: i libri scritti specificamente "per" qualcosa sono scritti così male che questo scopo non lo raggiungono affatto.


Fateci caso: un bel libro che non ha la pretesa di insegnare nulla insegna molto più di quanto crediamo.
• un libro oscuro insegna a cercare nuovi punti di vista;
• un libro “immorale” insegna la complessità;
• un libro nonsense insegna a rompere gli schemi;
• un libro emozionante insegna a comprendere noi stessi molto più di un libro sulle emozioni;
• un libro divertente insegna a scardinare i meccanismi dell’umorismo;
• un libro di poesie, o con una prosa ritmata e musicale, ci insegna la lingua meglio di un manuale di stile.
 

In fondo, se ci pensate, l’unica cosa che un libro dovrebbe sempre insegnare è ad amare la letteratura.

E allora, per piacere, non leggete per istruire, per correggere, per insegnare, e nemmeno per educare.
Leggete soltanto per il bello di leggere.
Leggete per piacere.

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