Quello che distingue un bravo autore per bambini da uno che non lo è non è tanto la fantasia, o l'abilità nell'intrecciare le storie, quanto la capacità di mettersi all'altezza del bambino, di vedere ginocchia anziché volti, di scrollarsi di dosso il bagaglio di pensieri e conoscenze di una vita e tornare a quella logica del "qui e ora" che tutti avevamo da piccoli.

il regalo

Emma Adbåge, scrittrice e illustratrice svedese, ha certamente questo dono, e il suo Il regalo, uscito in Italia con Beisler editore, ne è una perfetta dimostrazione.

Quando la lancetta lunga punta dritta in su io e la mamma andiamo alla festa di compleanno di Frej.

È il bambino che parla, e ce ne accorgiamo non solo perché il testo è in prima persona, ma perché suoi sono i riferimenti temporali: non un orario, ma la posizione della lancetta.

il regalo

Anche la sequenza di gesti in preparazione della festa ci mostra immagini reali: né stereotipate, né patinate. La mamma in intimo in attesa di vestirsi è una mamma "vera", quella di casa e non quella delle pubblicità. E così i capelli pettinati, con i nodi che tirano, e il phon che soffia troppo forte.
La carrellata di espressioni dei protagonisti, dalla prima all'ultima pagina, riesce a trasmettere emozioni credibili e perfettamente riconoscibili, senza teatralità.

il regalo

Ma la cosa in cui il lettore si riconoscerà meglio è l'atteggiamento del protagonista verso il regalo.
Il piccolo ha scelto per l'amico un castello, un castello uguale al suo, ma rosso.

Il mio però è verde.
Verde, brutto e stupido. 
E che non mi piace più!
Il castello rosso è molto più bello.
Inutile convincere la mamma a scambiarli: ormai il regalo di Frej è impacchettato, e va consegnato.

il regalo

Non abbiamo provato tutti questa sensazione, di voler tenere per noi un regalo fatto a un amico?
Non ci è sembrato sempre più bello del nostro, il gioco degli altri?

Mentre si avvia verso il curioso e rassicurante finale, che riappacificherà il protagonista con il proprio castello, Il regalo non indugia in morali o insegnamenti: è semplicemente una storia, non una lezione.
E, proprio per questo, riesce a toccare corde che una lezione e una morale non potrebbero mai fare: fa sentire il bambino compreso, legittimato nel suo sentire. Lo conquista, perché il bambino, in questa storia di straordinaria quotidianità, ci si può identificare, semplicemente.

Né verde, né rosso, in questi giorni di caotica (almeno a casa nostra) quarantena, il nostro castello ce lo siamo costruito.
È bastato prendere una scatola di cartone, ritagliare i merli nel bordo superiore, incidere un portone e alcune finestre.


castello di cartone

Le torrette erano rotoli di carta igienica, fissati agli angoli con dei fermacampioni.
Il ponte levatoio, fissato in basso con del nastro adesivo, era legato dal lato esterno con due pezzi di spago, per poterlo sollevare all'arrivo dei nemici.

castello di cartone

E poi, con le tempere, ci abbiamo aggiunto mattoni, e piante rampicanti, e perfino guardie e draghi.
Ci piace così tanto che non lo regaliamo a nessuno. ;)


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