"Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece disgraziata a modo suo": così iniziava Tolstoj la sua Anna Karenina.
Ed è questo il motivo per cui le fiabe non iniziano mai con "e vissero tutti felici e contenti".
Ma si può cercare una cifra comune dell'infelicità? Si può narrare una storia di solitudine che sia universale?


Ci prova Catherine Pineur in Vai via, Alfredo! (edizioni Babalibri).
Vai via, Alfredo! è una storia minimale, quasi astratta: più che una narrazione, è il suo scheletro, che può essere rivestito con una moltitudine di situazioni diverse.

"Alfredo è un tipo strano"

Non si sa perché, non si sa cosa lo differenzi dagli altri.
È diverso, tutto qui. E a causa di questa diversità, nessuno lo vuole.
Alfredo ha una sedia. Ancora una volta, non si sa perché la porti sempre con sé, ma rappresenta in qualche modo la sua stranezza, la sua diversità, un po' come Il Pentolino di Antonino (se lo conoscete).



Lo vediamo presentarsi accanto a nidi e tane, ma nessuno vuole Alfredo a casa propria, e tutti, con una scusa o l'altra, lo allontanano ("mia mamma non è d'accordo", "sei troppo pesante").


Finché Alfredo arriva a casa di Sonia.
Sonia gli somiglia, non solo fisicamente, ma perché anche lei conosce la solitudine.
Sonia sta bene a casa sua,
sola, in fondo al bosco.
Così nessuno la vede.

Ma anche Sonia non lo accoglie: ha paura. Finché il giorno dopo, trovandolo ancora fuori da casa sua, decide di offrirgli un caffè.



L'ultima immagine, muta, ci fa vedere Alfredo e Sonia seduti uno accanto all'altra, con una tazza in mano.
Chissà cosa si stanno dicendo, chissà che argomenti hanno trovato in comune.
Non è questo l'importante. Quello che conta è che è bastato fare un passo, superare la propria diffidenza, offrire un caffè.
A volte a farci paura è solo quello che ci sembra diverso, ma basterebbe provare a conoscerlo per scoprire la ricchezza dentro questa diversità.

Vai via, Alfredo! è una storia che racconta poco, ma apre la porta a domande le cui risposte si possono adattare a tantissime situazioni diverse, offrendo lo spunto per affrontare situazioni concrete di emarginazione, bullismo, diversità.

Le illustrazioni, che fanno largo uso del tratto, lasciano un senso di incompiutezza che ben si armonizza con lo stile generale di una narrazione fatta di spazi da riempire.
Le pagine lasciano spazio a qulche sorriso, come quando Alfredo si appoggia sui fili della luce, piegandoli, ma restano essenzialmente minimali, volutamente generiche.

Quella di Alfredo è insomma una storia di tanti, scritta nella speranza che non sia più la storia di nessuno.

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