Lo sguardo bambino sulle cose ha in sé la curiosità di un esploratore, che si sta costruendo una sua mappa del mondo, e l'ingenuità di una visione non ancora incasellata in categorie già costruite.

bertolt

È questo meraviglioso sguardo che ritroviamo in Bertolt, albo di Jascques Goldstyn da poco edito da LupoGuido con traduzione di Gabriella Tonoli.

Protagonista è un bambino, buffo con il suo grande berretto in testa. Lo vediamo cercare un guanto all'ufficio oggetti smarriti della scuola, perché ne ha perso uno.
Un incipit, questo, apparentemente casuale, che sembra messo lì soltanto a spiegare come il piccolo sia incurante delle convenzioni e abbastanza stravagante da andare in giro con due guanti di colore diverso.
In realtà, questa sequenza è anche un piccolo gancio lanciato con finta noncuranza per essere ripreso nel finale, come accade nelle grandi narrazioni.

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Il bambino parla in prima persona. Inizia dall'episodio del guanto per poi allargarsi a raccontare le sue giornate, il suo carattere solitario, il suo sentirsi diverso.
Ecco, se un difetto va trovato in questo albo è quello di essere troppo esplicito nel dichiarare la sensazione di diversità, che sarebbe potuta emergere semplicemente dalla narrazione, non detta ma raccontata.

Con tratto da vignettista e colori a pastello, Jascques Goldstyn riesce a fondere con grande efficacia poesia e ironia. Il lettore si ritrova catapultato in questo piccolo mondo, in questo piccolo sguardo, con una grande varietà di prospettive che rendono conto della viva curiosità del protagonista, che vede cose che sfuggono al mondo adulto.
Meravigliosa l'immagine, dall'alto, in cui il piccolo scala la sua quercia. Già, perché il Bertolt del titolo non è il bambino, ma un albero: il suo albero. O forse dovremmo dire il suo migliore amico.


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Bertolt è il rifugio del bambino, che ci si arrampica e si nasconde tra le foglie, e da questo rifugio guarda il mondo, a modo suo.
Grande osservatore, vede anche quello che gli altri non vorrebbero che vedesse (le illustrazioni, qui, strizzano l'occhio anche a un pubblico adulto).

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Bertolt rispecchia lo spirito dei bimbi di una volta, quelli che vivevano all'aria aperta e conoscevano ogni segreto dell'ambiente circostante. Quando arriva la primavera, il piccolo protagonista ammira la natura che si risveglia. Per lui gli alberi non sono "alberi", ma tiglio, olmo, pruno e salice: li chiama per nome, con perizia da botanico.
E nota che tutti hanno indossato il loro mantello verde; tutti tranne Bertolt. Il suo albero è morto.

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Ed ecco, di nuovo, lo sguardo bambino, l'indagine su come funziona il mondo: il piccolo cerca di capire l'incomprensibile, la morte.
Riflette, paragona le sue esperienze. Osserva che quando muore un animale lo si vede subito, mentre con un albero è diverso, perché l'albero resta lì, dritto, come quando era vivo.


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Non si perde d'animo, il bambino. Si percepisce la sua tristezza, ma a prevalere è la sua gratitudine verso l'amico che gli ha dato tanto. Come celebrarlo un'ultima volta?
In una lunga sequenza senza parole (e ancora una volta, con una grande varietà cinematografica di inquadrature e punti di vista), il bimbo troverà una soluzione che ci riporta a quella prima immagine del libro. Un'idea che, nella morte, celebra la vita.
Il tocco bambino che, sorridendo, ringrazia l'amico che non c'è più.

PS: Tra un sorriso ironico e una lacrima di commozione, non dimenticate di dare un'occhiata ai risguardi del libro, quello iniziale e quello finale. Perché sono anche i dettagli a fare di un libro un grande libro.


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